venerdì 17 ottobre 2014

Mariella Gramaglia



Mariella Gramaglia, giornalista, ex parlamentare ed ex assessore alle Pari opportunita’ al Comune di Roma dal 2001 al 2006, è morta, dopo una lunga malattia.
Direttrice del mensile «Noi Donne», Mariella Gramaglia è stata anche docente presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo.

Riportiamo la pagina con cui Costanza Fanelli ha ricordato Mariella Gramaglia su Noi Donne on line:

Addio Mariella
Non ricordo quando è stato il mio primo incontro con Mariella Gramaglia. Abbiamo cominciato a frequentarci di più, quando nel 1984 diventò direttrice di Noi Donne su iniziativa di Pia Bruzzichelli, una donna di grande coraggio che impresse una svolta all’impresa editoriale anche con la decisione di impegnare in prima fila una donna che veniva da un mondo femminista diverso da quello più tradizionalmente vicino a Noi Donne e l’Unione Donne Italiane. Mariella aveva già una sua lunga storia di femminista e giornalista, con sguardi e interessi che andavano sempre oltre, sorretti da un impianto culturale e un rigore, molto torinese, che negli studi psicoanalitici che lei ha sempre coltivato, trovavano profondità e apertura insieme rispetto a schemi di ogni sorta. L’arrivo di Mariella Gramaglia a Noi Donne porta rigore professionale ma anche nuovo spirito di lettura al femminile della realtà. Un giornale attento molto alla cultura, ai fenomeni portati dal femminismo diffuso e praticato più che da quello teorizzato (anche se lei era molto brava e ferrata quando prendeva in mano teoricamente fenomeni e idee). Riporto una frase scritta da lei su quel periodo “con la nuova serie di Noi Donne volevamo stabilire un’amicizia dell’età forte, ci piaceva immaginare uno scambio di informazioni, dibattiti e idee che fosse maturo e laico, più ironico e libertario, compiaciute dei passi in avanti compiuti da tante, ma attente a denunciare battute di arresto e discriminazioni. A testa alta, senza lamenti, autorevolmente, certe che le donne ormai i loro occhi sul mondo li hanno appuntati da tempo e di cose ne hanno da dire..”. Un modo e un approccio che ha caratterizzato molte altre cose a cui ha partecipato successivamente. Mariella continuò il suo impegno nel 1989 come presidente della Cooperativa Libera Stampa, incontrando successi e difficoltà, interne ed esterne al mondo di riferimento del giornale, vivendo in prima persona le contraddizioni di una storia di un giornale che si è sempre misurato con due dimensioni, quella politica, della appartenenza, della partecipazione di tante donne (anche come diffonditrici) e quella della soggettività e autonomia professionale, rivendicata come cifra di un percorso di cambiamento. Mariella prima, e successivamente io che nel maggio 1992 l’ho sostituita alla presidenza della Cooperativa, abbiamo vissuto intensamente sul fronte esterno battaglie e ansie per quello che è stata certamente una delle condizioni della continuità editoriale di Noi Donne, l’accesso al finanziamento pubblico per l’editoria. Condizione indispensabile ma sempre tribolata, in presenza dei cali di legami storici e militanti con la testata garantita dal mondo dell’Udi. La sua successiva presenza in Parlamento, fu certo un aiuto importante a trovare vie per superare drammatiche difficoltà intervenute proprio sul terreno delle norme per l’accesso ai finanziamenti. Con Mariella mi sono ritrovata poi, dopo molto anni, a fare cose insieme nella veste di presidente della Casa Internazionale delle donne. Lei era stata chiamata da Veltroni ad aprire una politica nuova sui tempi della città, abbinando giustamente le politiche di pari opportunità a questa battaglia generale e di genere insieme. Mariella impresse alla città di Roma su questo un impulso enorme e innovativo, purtroppo disperso quando lei andò via. Ma con lei programmando e facemmo bellissime cose nella Casa Internazionale delle donne, trovando in lei una sponda per iniziative di grande qualità artistica e culturale. Mariella scelse poi di lasciare ruoli politici e di dedicarsi seriamente, come era fatta lei, a esperienze di spiritualità, sempre con attenzione alla dimensione della presenza delle donne nel mondo. La ricordo di ritorno dall’India a raccontare di lei, delle donne incontrate. Solare, intensa nello sguardo chiaro, con i capelli corti lasciati alla naturalità dell’età. Poi tante prove fisiche e di perdite dolorose, la forza sempre di ricominciare. Ma stavolta non ce l’hai fatta cara Mariella. Addio.

E l'intervista che le aveva fatto Elena Ribet, il 9 gennaio 2012:

Mariella Gramaglia è scrittrice, giornalista e docente universitaria. Già direttora di Noi Donne, è stata membro del parlamento italiano e assessora alle politiche per la semplificazione e le pari opportunità.

Fra le sue numerose esperienze, c'è l'impegno nella cooperazione internazionale. Quali sono, secondo lei, le differenze o le analogie fra le sue coetanee in Italia e all'estero?
Sono sempre molto prudente nel parlare in generale; posso parlare delle donne indiane che io ho conosciuto. Nel mio libro “Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo”, pubblicato da Donzelli, ci sono molte pagine dedicate a loro e in particolare alle donne del sindacato SEWA (Self Employed Women Association). Ci sono ricchezza, profondità e autorevolezza straordinarie nelle leader donne, sicuramente in SEWA, ma anche in moltissimi altri movimenti e organizzazioni non governative e non solo femminili. Penso ad esempio ad Aruna Roy, leader di primo piano per i diritti dei contadini rajasthani. Altra cosa molto interessante è la miscela tra sentimento politico e religioso, una forte componente spirituale che lega ai grandi valori religiosi ecumenici. Inoltre le donne si occupano molto più dei diritti civili, del lavoro, delle trasformazioni sociali, ma molto meno (e soprattutto in ambienti cittadini di classe media) dei diritti sull’autonomia del corpo femminile, anche per una estrema pudicizia nell’affrontare i temi della sessualità.
In India c’è una forte presenza di donne nella politica e c’è quella passione per l’organizzazione che le italiane da tempo non hanno più. Nel nostro Paese abbiamo dimenticato che senza un’organizzazione non si fa memoria e non si fa contrattazione sociale.

Quanto l'essere donna ha influito nel suo percorso di vita personale, politico, lavorativo?
Moltissimo, sicuramente tutto il mio lavoro pubblico è stato segnato dall’essere donna, sia durante il mio mandato parlamentare, sia nel mio lavoro giornalistico e di scrittura, sia in un lavoro apparentemente molto “neutro” come quello da assessore. Creare il grande call center di informazione e comunicazione rivolto alla cittadinanza rientra in questa logica, nell’idea di rispondere alle esigenze di relazione fra le persone in modo concreto. È senz’altro un’ispirazione che mi è venuta dall’esperienza femminista.

Ha avuto delle maestre di vita?
Più che maestre, sento di aver avuto delle sorelle; sono state sorelle autorevoli le giornaliste di noidonne della nostra generazione. Lo sono state alcune parlamentari, con un risvolto anche materno, forse, nella figura ad esempio di Leda Colombini, recentemente scomparsa, che è stata mia collega in Parlamento. Potrei citare altre madri, Giglia Tedesco e, andando più indietro nel tempo, una figura che ho molto amato come quella di Lina Merlin. Poi ci sono le madri della letteratura, il cui elenco è molto lungo. In India mi sono misurata con madri scrittrici, da Anita Desai ad Anita Nair e tante altre. Esiste una comunità virtuale, simbolica, che ci guida e fa da tramite fra le generazioni.

Secondo lei, cosa ha fatto la sua generazione per l’Italia? E l’Italia per la sua generazione?
Siamo una generazione molto fortunata. Per l’Italia, come donne, siamo state forse il primo e forse l’unico movimento sociale che ha cambiato in modo irreversibile il nostro Paese, con le battaglie degli anni ’70. Qualche esempio: come era l’Italia prima che la Corte Costituzionale stabilisse che la contraccezione non era reato? Quando per l’adulterio femminile c’era il carcere? Quando non c’era il divorzio e non era ammesso il riconoscimento dei figli? Ed era così non 150 anni fa, ma quando io avevo sedici anni. Abbiamo dato moltissimo e forse anche l’Italia per una fase ha dato moltissimo a noi: ci sono stati decenni di relativa pace, di relativa serenità economica, decenni in cui si cresceva sul piano culturale e professionale, in modo stupefacente rispetto agli anni ’50. Ma l’Italia non ci ha dato nulla dal punto di vista delle relazioni fra idealità politiche e pratica politica; pratica politica che è stata all’insegna spesso della involuzione e non della trasformazione. L’era berlusconiana, che speriamo sia finita, è stata una lunga stagione di inciviltà e di odio per le donne, una dimensione scurrile del discorso pubblico, una vera e propria débâcle culturale.

Che prospettive e progetti ha di fronte?
Mi sto impegnano molto nel movimento Se Non Ora Quando. Ho fiducia che sia un punto di dialogo con le generazioni più giovani. Sto inoltre proseguendo la mia attività di scrittura per giornali e riviste.

Quali sono le difficoltà delle donne, in particolare fra di loro?
Soprattutto la difficoltà di reciproco riconoscimento, e questa è la ragione per cui parlo di SNOQ con tanto entusiasmo. Per noi madri, anche madri in là negli anni, il fatto di rappresentare o meno un punto di riferimento politico per le donne che si affacciano sulla scena pubblica è legato a un dolore più grande, forse una cesura che è avvenuta con le donne che oggi hanno tra i venti e i quarant’anni. Queste generazioni più giovani sono state molto maltrattate da questo paese, in modo grave in termini di opportunità di lavoro, della possibilità di essere madri, dei livelli reddito, dal punto di vista dei tentativi di mettere a frutto i loro talenti. Non è detto che le più adulte siano responsabili di questo, ci sono responsabilità più grandi e più complesse, ma è una difficoltà non aver creato un’Italia più confortevole per le nostre figlie. 

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Link: "Fra me e te" il libro che la Gramaglia
aveva scritto nel 2013 insieme a sua figlia, Mad­da­lena Via­nello.

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Un addio anche su  Repubblica.it
 
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